martedì, 18 Maggio 2021
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L’UNICO BOSS CHE SI SOPPORTA E’ QUELLO IN INCOGNITA

“Proietti era il numero uno. E ho cantato con Aykroyd. Nel 2025 Sanremo è mio”

“Proietti era il numero uno. E ho cantato con Aykroyd. Nel 2025 Sanremo è mio”

Max Giusti – Attore, conduttore e comico, è su Rai2 con il programma “Boss in incognito”

 Nato ai bordi di periferia: “Quando mia nonna doveva andare in centro, per comprare il corredo all’unica figlia, quasi ci preparava al suo viaggio: ‘Domani vado a Roma’”. E lei? “Ancora vivo nello stesso quartiere, mi sono spostato di pochi metri da dove sono cresciuto”.

Max Giusti recita come una preghiera laica e sedimentata l’indirizzo – storico – di casa, “via del Trullo 190”, una sorta di “Via Paolo Fabbri 43”, come cantava Francesco Guccini; dentro quel “190” ha conosciuto la vita, la lotta, il centimetro da conquistare, da difendere, i cazzotti, la solidarietà, i soldi da risparmiare e cosa vuol dire crescere tra mura operaie. “Poi, a 16 anni, sono salito sul palco ed è cambiato tutto”.

Da allora è diventato uno dei volti televisivi più impiegati (“Tra Rai e Discovery ho 1.500 puntate di serale”), ha girato l’Italia con i suoi spettacoli, ha vinto il reality Pechino-Express e ora è su Rai2 in un programma che per uno come lui è una forma di catarsi, di nemesi: Il boss in incognito, in cui entra realmente nelle fabbriche e conosce gli operai. “Emozione pura, però ora dateme un palcoscenico e un camerino sennò m’ammazzo”.

Non ce la fa più.

Ho capito che non posso fare a meno del live.

Per carità.

Un anno avevo, contemporaneamente, Affari tuoi su Rai1, le riprese di Distretto di polizia, le serate a teatro e la domenica Quelli che il calcio. Non dormivo. Magari appoggiavo il volto sulle mani e chiudevo gli occhi per cinque minuti. Ma anche allora non ho mai smesso con gli spettacoli dal vivo.

Perché?

Sul palco hai una libertà editoriale senza pari, dove l’unico limite è dettato dagli applausi o dai fischi del pubblico; e poi c’è un bisogno fisiologico, un desiderio di riscontro, di interazione umana, perché noi siamo come dei circensi abituati a vivere la provincia, non solo le grandi città. Sono pazzo di quella vita.

Tutto è relativizzato.

Mi sogno anche gli alberghi tristi e puzzolenti, talmente brutti da risultare perfetti per un suicidio; e poi il cibo post spettacolo, con le digestioni così impegnative da farmi apparire di notte Frank Zappa mentre suona la Macarena a Milly Carlucci.

E i viaggi?

(C’è commozione) Quando i tir, con la nebbia, diventano amici perché ti tracciano la strada, o la poetica dell’Autogrill di notte: sulla Roma-L’Aquila, e da anni, incontro sempre la stessa ragazza, ogni volta mi fermo per due chiacchiere (e inizia una lunga analisi sulla fatica dei lavoratori e la necessità di una presenza notturna per la sicurezza delle donne).

Insomma, il quartiere.

Stavo lì, era la mia realtà; (ci pensa) un esempio? Il Colosseo l’ho scoperto a 12 o 13 anni: per me, ciò che era esterno al Trullo assumeva tracce esotiche; il parametro per capire lo status della zona era il colore dei capelli delle donne: più mi avvicinavo al centro e più aumentavano le bionde.

I Vanzina hanno girato un film, Le finte bionde.

Un giorno sono andato ai Parioli (Nord di Roma) in sella al mio Ciao: credevo di stare in Germania.

Provava invidia?

Non mi appartiene: se a un amico gli va bene, riesco a godere per lui; più che altro rosico quando vedo un collega impegnato in un programma che mi piace, poi mi calmo con la convinzione che “tanto prima o poi ci arrivo”.

Tipo?

Partiamo da un dato: nel curriculum ho 1.500 puntate di serale, tre varietà, la Lotteria Italia…

E allora?

Tra cinque anni sono pronto per condurre Sanremo.

Si è mai sentito a disagio?

In generale no, mi sono sempre preparato, poi è arrivata mia moglie, borghese di Roma Nord, e mi ha offerto il suo punto di vista, anche attraverso regole e rimproveri: “Mai il gomito a tavola!”; oppure: “Non ti sei inginocchiato per la promessa di matrimonio”.

Errore gravissimo.

Non lo sapevo! Vivo in un altro mondo, sono cresciuto con mamma che mimetizzava il mio essere grassottello con la frase: “Tranquillo, non è pancia, è stomaco”.

Politica?

Papà era nella Federazione dei lavoratori metalmeccanici e per me la politica sana e giusta vuol dire sanità pubblica, acqua pubblica, formazione, perché la vita non è sempre dritta per tutti.

Come ha iniziato?

Stagione 1984-85: a Roma c’era una sorta di Zelig nostrano, si chiamava Alfellini, un posto magico. Quell’anno mi sono esibito lì, spinto dagli amici: nella serata del “Lancio party”, una sorta di Corrida, stavi sul palco e, quando si accendeva la luce, potevano lanciarti addosso sacchetti rossi pieni di segatura; alcuni, oltre alla segatura, ti omaggiavano di pezzi di pane o forchette.

Lei.

Mi salvo con le imitazioni di Teresa De Sio, Vasco Rossi, Diego Abatantuono e Mike Bongiorno. Finisco tra gli applausi, e una scarica di adrenalina che diventa decisiva.

I suoi?

Come dicevo, papà metalmeccanico, mamma commessa in una ferramenta; poi hanno aperto un negozietto, mio padre ci andava dopo le 16, quando aveva finito con il lavoro.

Cosa le dicevano?

Non mi hanno mai impedito nulla, solo papà con animo pragmatico e sornione mi spiegava la sua visione: “Ma ’ndo pensi de anna’?”; (sorride) all’inizio della carriera il palco del cabaret non mi bastava più, volevo il teatro, ma da sconosciuto l’unica soluzione era pagare la sala. Mi lancio. Dal giovedì alla domenica andava bene, gli altri giorni arrivavano i problemi, così mio padre ricattava i clienti del negozio: “Se vuole i prodotti in tempo, questa sera deve andare da mio figlio”.

La prima volta da conosciuto.

Festa dell’Unità a Roma, avevo uno spettacolo e quello stesso giorno mi rompo una mano: in ospedale mi mettono tre chiodi; poi esco e vado.

Insomma?

Quella mattina era uscita una pagina, la mia prima, sul Messaggero. Salgo sul palco, si accendono le luci e parte l’applauso: non mi era mai successo, di solito gli applausi li dovevo conquistare, mentre lì aspettavano me.

Da figlio di metalmeccanico e commessa si è trasformato in “boss”. Ha il pelo sullo stomaco?

No, sono un somaro, sono cresciuto con Happy Days, o con i film dove poi “arrivano i nostri”; sono cresciuto con una regola base: la libertà mia finisce dove inizia quella dell’altro, e aggiungo un po’ di San Francesco; poi una volta l’anno posso sbroccare.

Uno schiaffo?

Nel lavoro?

Nella vita.

Ah, sì (ha un tono alla “eccome”).

Il Trullo lo prevedeva.

Magari uscivi di casa e capivi che quel giorno sarebbe successo, altrimenti ti avrebbero sovrastato; ricordo ancora quando hanno provato a scippare mia madre trascinandola a terra per dieci metri: sono intervenuto e li ho corcati di botte… O quella volta in cui sono entrati nel garage per rubarmi il motorino, o ti mettevano in mezzo in tre o quattro.

E pure lì…

No, ho in testa la frase di Alberto Sordi ne La grande guerra, quando si dichiara vigliacco e con un grido disperato aggiungeva “che volete da me!”. Ecco, sono un pavido, ma lotto quando ho davanti un sopruso: non mi sono mai tirato indietro, anche se il 75 per cento delle volte le ho prese.

Un punto di riferimento.

Gigi Proietti. Ma non l’ho mai trattato né da collega né da maestro, solo da fan e non so quante volte l’ho visto in teatro; (ci pensa) lui da ragazzino mi ha formato, andavo ai suoi spettacoli e restavo basito, ridevo, mi alleggeriva l’esistenza. Solo oggi capisco quando mi dicono o scrivono “grazie, sei importante”.

Non ci credeva.

Ai complimenti e ai rimproveri non do mai molto peso, resto stabile; su questo sono un po’ presuntuoso: credo di capire le intenzioni del prossimo. Magari o per fortuna sbaglio.

Scettico.

Sono pur sempre un romano di via del Trullo.

Al Trullo abita anche Elio Germano.

(Ride) È arrivato da una quindicina di anni, con mio disappunto: prima ero il più famoso del quartiere, ci ho messo 40 anni, ora c’è lui a rompere le palle.

Torniamo a Proietti.

Mi è mancato, appena è morto ho pensato: e ora chi mi farà ridere? Per noi comici è complicato lasciarci andare davanti a un collega, lasciarci cullare dallo spettacolo; quasi sempre siamo in platea e ragioniamo in maniera professionale, studiamo la costruzione della battuta, proviamo ad anticipare, mentalmente, la conclusione. Con Gigi tornavo ragazzo.

Claudio Baglioni ha raccontato il suo stupore quando ha visto Proietti emozionarsi prima di una diretta tv.

Quando uno impara un monologo a memoria, e parla ininterrottamente per due ore, senza nessuno sul palco con te, senza alcuna imbeccata, è uno stress altissimo. Se dovevo fare memoria, studiavo 5-6 ore e per settimane, poi chiamavo un amico per assistere.

Lo declina al passato.

Non ci casco più: l’amico non ride, è il più infame degli spettatori, vuole solo i biglietti gratis e dopo lo spettacolo arriccia il naso e ti demolisce: “Meglio lo show di due anni fa”.

Lei e la tensione.

La notte precedente affogo nel più classico degli incubi: di non ricordare nulla e di aver perso il copione, quando in realtà so tutto a memoria, perché ossessionato dalla necessità di controllare tutto.

Il suo personaggio letterario preferito.

Come romanzo amo Il richiamo della foresta, poi leggo saggi di geopolitica e quelli che analizzano l’evoluzione del mondo.

No logo della Klein.

Un gran libro.

Altro che Boss

Con questo programma ho capito quanto la coesione sia l’unica salvezza: quando sono entrato, ho visto il terrore nelle parole, nei gesti, nella quotidianità delle persone.

Le si è stretto il cuore.

Ho pianto come non mi aspettavo, in alcuni ragazzi ho rivissuto i sacrifici di quando ero piccolo; uno non si rende conto che la vita è piena di imprevisti, e l’unica nostra forza è la solidarietà quando c’è bisogno, altrimenti sono cacchi.

In questi anni, chi l’ha stupita?

In primis Lucio Dalla: è venuto tre volte come ospite della mia trasmissione in radio, una volta con De Gregori, e avevamo pensato di fissare un appuntamento mensile per lanciare nuovi cantanti. Ma è morto.

Poi?

Quando a Radio2 è arrivato uno dei miei miti, Dan Aykroyd: doveva pubblicizzare una vodka da lui prodotta e i patti erano che non doveva cantare, ballare e chissà cos’altro. E invece gli butto lì un paio di battute, si rilassa e finiamo sul palco in modalità “Blues Brothers”, io nel ruolo di John Belushi… Blues Brothers era un film cult della mia parrocchia.

Si sente in “missione per conto di Dio”?

No, per conto della mia famiglia.

Chi è lei?

Uno che sogna. E non smette mai di sognare.

(Canta Francesco Guccini: “Ma sai cos’io pensi del tempo e lui cosa pensa di me. Sii saggia com’io son contento qui in via Paolo Fabbri 43”)

FONTE: di  | 20 DICEMBRE 2020