Maurizio De Giovanni sulla chiusura del Gambrinus a Napoli: «Non è solo la centralità del luogo, collocato tra la piazza grande e la via principale, di fronte alla Storia, al Teatro, ai palazzi del potere. Non è solo la bellezza di acquerelli meravigliosi e originali della scuola partenopea dell’’800. Non è solo la raffinata bontà di sfogliatelle e caffè, ai massimi livelli della città e quindi del pianeta. È che da 160 anni (appena compiuti) questo posto è un parlamento popolare, un punto di formazione culturale, un ufficio staccato di scrittori, musicisti e attori. Qui si concludono affari, si creano amicizie per la vita, ci si fidanza e ci si sposa, ci si separa col sorriso e si producono opere. Non è un caffè come gli altri, il Gambrinus. Per questo la notizia della chiusura, il grido di rabbia e disperazione del proprietario, l’idea stessa di quella serranda abbassata e dell’assenza dei tavolini in piazza non passano senza lasciare un ancora maggiore smarrimento in un popolo già smarrito» [CdS].