EMILIO LAVORETANO  CAMBIA DIFENSORE E RESTA IN CARCERE

La decisione della Corte di Cassazione avverso il rigetto del Tribunale della Libertà. Ancora una strascico del delitto di Katia Tondi.

La Prima Sezione della  Corte di Cassazione ( Presidente Adriano Iasillo; giudice, Giacomo Rocchi; procuratore generale Giuseppina Casella ) l’otto ottobre scorso  ha rigettato il  ricorso di Emilo  Lavoretano avverso l’ordinanza  del Tribunale della Libertà di Napoli lo stesso, quindi,  dovrà restare  in carcere.

 Come si ricorderà Emilio Lavoretano è stato condannato alla pena di anni 27 di reclusione per l’omicidio aggravato della moglie Katia Tondi, risalente al luglio 2013.  La donna era stata prima colpita al viso con un corpo contundente e poi strangolata. Secondo l’ordinanza impugnata, Lavoretano, fin dall’inizio, si era proclamato innocente e non era stato sottoposto ad alcuna misura cautelare; inoltre, l’appartamento coniugale dove era avvenuto il delitto era stato rapidamente dissequestrato e l’imputato aveva provveduto a cancellare ogni traccia del reato, così da simulare i segnali di un delitto predatorio. Inoltre, l’imputato aveva svolto un’opera meticolosa di depistaggio, aiutato dai suoi genitori, facendo convergere sospetti di inattendibilità nei confronti dei testimoni, parlando con diverse persone, mentre il padre aveva tentato di convincere una persona ad accreditare con la  propria testimonianza la versione difensiva.

La prova decisiva che aveva smentito la versione difensiva era la ricostruzione dell’ora della morte della vittima,

avvenuta in un momento non coperto dall’alibi fornito dall’imputato. Secondo la Corte d’assise, in definitiva, l’omicidio era stato compiuto in un momento di rabbia conseguente ad una accesa lite per motivi familiari.

La Corte d’assise aveva ravvisato il pericolo di reiterazione del reato e il pericolo di fuga. Il Tribunale rimarcava che la condotta post delictum non era affatto dimostrativa di resipiscenza o di pentimento; al contrario, Lavoretano, con

coerenza, freddezza e lucidità, sin da subito e senza soluzione di continuità, si era preoccupato esclusivamente di escogitare soluzioni che gli consentissero di evitare la condanna, aiutato dal padre, in passato carabiniere e che si era occupato di momicidi. Erano stati utilizzati stratagemmi, anche illeciti, e strategie per garantirsi la libertà, sia prima dell’inizio del processo, che durante il dibattimento, quando l’imputato aveva calunniato i suoceri che, inizialmente, avevano creduto alla sua innocenza, salvo poi ricredersi, nonché i testimoni.

In definitiva, secondo il Tribunale, Lavoretano è soggetto pericoloso in quanto non solo colpito da accessi di rabbia e di odio, ma anche capace di progettare lucidi progetti delittuosi. La distanza temporale dai fatti non era decisiva, atteso che l’odio si era riversato durante il processo, nei confronti dei familiari della vittima e di altre persone. Secondo il Tribunale sussisteva anche il pericolo di fuga: mancavano segnali di ravvedimento, la personalità del soggetto è pericolosa, la condanna era stata ad una pena assai elevata. In definitiva, la condotta non trasgressiva assunta da Lavoretano non era indicativa di una personalità incline ad osservare e sottomettersi alla legge, ma di una personalità mistificatrice. La condanna capovolgeva la situazione e doveva tenersi conto anche del possibile aiuto da parte

dei genitori. Il ricorso è inammissibile. A nulla è valso il motivo dei difensori di rappresentare l’uxoricida  come un “bravo ragazzo” (espressione usata nel ricorso) “una personalità mite, rispettoso, educato”, che, tuttavia per ora resterà in carcere.  Radio Carcere ha anche fatto sapere che lui ha nominato un nuovo avvocato revocando  chi lo aveva  difeso con tanto amore… “quasi materno”. Forse Emilio nel carcere si è fatto convincere che anche chi è colpevole può essere assolto?  Forse lui non sa che non dipende dal difensore (spesso un paglietta che gode prestigio tra i detenuti) bensì dal giudice il ribaltamento della sentenza?  Forse lui non sa che la “giustizia è un’opinione” (come ha più volte affermato Giuseppe Garofalo… ”uno che di processi se ne intende”); forse Emilio non sa (i compagni di cella non glielo hanno detto?)  che si può essere condannati o assolti con le stesse prove? Dipende dal convincimento del magistrato e non dalla bravura dell’avvocato che molti magistrati  considerano addirittura “un fastidio” per il processo.  Lui ha sbagliato strategia. Doveva confessare e scegliere il rito dello sconto del terzo della pena. Da incensurato avrebbe scontato 5/6 anni di carcere. Considerato che si possono ottenere i benefici dopo aver scontato un terzo della pena. Salvatore Parolise docet!