Così gli avvocati entreranno nel cuore pulsante del Csm

Le novità della riforma voluta dal ministro Bonafede. All’indomani dello scandalo legato all’ex Presidente di Anm, Luca Palamara, la Magistratura ha vissuto – e tutt’ora vive – un delicato momento che necessita profonde riflessioni. Come si legge in alcune intercettazioni effettuate sul telefono del PM succitato, si è appreso, in maniera del tutto casuale, un vero e proprio sistema avente ad oggetto gli incarichi dirigenziali delle Procure italiane, secondo una spartizione fra le varie correnti interne al Consiglio Superiore della Magistratura.

Ciò ha prodotto delle forti reazioni che hanno condotto il Governo ad affrettare l’adozione di una legge- delega, auspicata per anni, dettata proprio dalla “alla necessità di rimodulare, secondo principi di trasparenza e di valorizzazione del merito, i criteri di assegnazione degli incarichi direttivi e semi-direttivi”.

Nella riforma presentata dal Guardasigilli, articolata in 41 articoli, si legge un piccolo dettaglio – ma di portata epocale – che cambierà il volto del Csm. Per la prima volta, anche avvocati e professori universitari potranno entrare a far parte dell’Ufficio studi e documentazione di Palazzo dei Marescialli che, tra i suoi numerosi compiti, ha quello di compilare i documenti e i materiali di interesse consiliare, fra i quali figurano anche i fascicoli dei candidati alle nomine.

L’art. 25 del ddl precisa, difatti, l’apertura ad un numero non superiore ad 8 esterni, individuati, nei limiti delle proprie risorse finanziarie, mediante procedura selettiva con prova scritta aperta ai professori universitari di ruolo di prima e di seconda fascia e agli avvocati iscritti all’albo speciale per il patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori. In altre parole, la presenza di avvocati nei ruoli tecnici del Csm che rafforza la visione relativa al ruolo dell’Avvocato, quale figura necessaria dell’ordinamento giudiziario. Tale apertura non può e non deve essere considerata una indebita “invasione di campo” da parte del ceto forense nella vita del corpo togato, come qualche cieca polemica ha tentato di addurre.

Essa, invero, deve essere letta nell’ottica di un riequilibrio della giurisdizione, appannaggio esclusivo, sino ad ora, di un solo peso, quello della magistratura. Una collaborazione rivolta anche a scongiurare potenziali intrusioni della politica nella sfera di autonomia di tale organo. Appare ictu oculi l’importanza della presenza anche degli avvocati nei processi decisionali tecnici della magistratura, che tanto incidono sulla vita del paese, dentro e fuori le aule di giustizia.

Questo volge al senso tanto auspicato della presenza in Costituzione dell’Avvocato: solo un anno fa, David Ermini quale Vice Presidente del Csm, ad una tavola rotonda organizzata dallo scrivente a Torino, evidenziava l’indispensabilità di tale introduzione nella Carta Fondamentale. Una presenza che, seppur in “punta di piedi”, garantisce la commistione di punti di vista ed esigenze differenti, se non addirittura confliggenti a volte, visto che dovranno interfacciarsi membri appartenenti ai due schieramenti opposti del “campo di battaglia” rappresentato, figuratamente, dai tribunali.

È indubbio che ci si trovi di fronte ad una preponderanza della figura del magistrato su quella dell’avvocato senza il quale, però, la macchina della giustizia non può essere nemmeno concepita. Ad una lettura più attenta però, la riforma portata avanti dal Governo può essere considerata solo un primo passo, ancorché claudicante, verso una reale – e necessaria – riforma strutturale della giustizia. Di certo, questo intervento può essere accolto, come si legge in alcuni commenti, come una iniziativa fortemente innovativa e neanche foriera di soluzione a tutte le problematiche relative alla vita di quel tanto fondamentale organo di autogoverno della magistratura.

Basti in tal senso pensare alle perplessità, a parere di chi scrive pienamente condivisibili, avanzate dall’avvocato Gian Domenico Caiazza, Presidente dell’Unione Camere Penali Italiane, circa la prevista abolizione delle “categorie riservate” nel sistema elettorale del Csm.

Ciò comporterebbe il rischio che vengano eletti al Csm principalmente Pubblici Ministeri con la logica conseguenza di porre l’organo di autogoverno nella sfera di influenza delle Procure italiane, senza sterilizzare il rischio di nuovi casi come quelli indicati ad esordio. Un primo passo, che necessita coraggio per risolvere problemi strutturali del sistema- giustizia e che necessità dialogo con la stessa Avvocatura.

 Fonte: di Alessandro Parrotta* Il Dubbio, 20 agosto 2020

*Avvocato e Direttore dell’Ispeg