Campania. Con un maggior ricorso a misure alternative possibili risparmi per 50 milioni l’anno

Nel carcere di Poggioreale si contano 18 funzionari giuridico-pedagogici, 11 psicologi, un mediatore culturale e 100 volontari a fronte di una popolazione carceraria di 1.975 detenuti. Nel carcere di Secondigliano ci sono 12 funzionari che accompagnano i detenuti nel percorso riabilitativo, 7 psicologi, 56 volontari tra educatori e assistenti sociali e 17 mediatori culturali. A Pozzuoli ci sono 2 psicologi, 2 funzionari, 278 volontari e nessun mediatore. A Santa Maria Capua Vetere 4 psicologi, 5 funzionari, 80 volontari, nessun mediatore.

Questi sono i dati relativi ai principali istituti di pena della Campania, ma la situazione non cambia di molto se si guarda anche alle altre strutture che ospitano detenuti sul territorio regionale. A fronte di reclusi che sono migliaia, il personale addetto alla rieducazione, all’assistenza psicologica e al sostegno dei reclusi è esiguo.

Bisogna investire sul personale, ribadisce chi conosce bene il mondo del carcere. Dal recente rapporto Antigone è emerso che un detenuto costa in media circa 150 euro al giorno (il costo comprende la retribuzione dello staff), mentre una persona in misura alternativa costa dieci volte di meno. A livello nazionale il ricorso a misure alternative al carcere farebbe risparmiare almeno 500 milioni di euro, oltre ad avere ritorni positivi per la sicurezza collettiva visto che una persona in misura alternativa ha un tasso di recidiva tre volte inferiore rispetto a una persona che sconta per intero la pena in carcere, sempre secondo dati Antigone.

In Campania si stima una percentuale pari a circa il 10% del dato nazionale, per cui si avrebbe un risparmio in termini di spesa per detenuto che potrebbe consentire di utilizzare quei soldi per assumere più educatori e potenziare le attività trattamentali in carcere. Nel corso del 2019, in Campania, sono stati attivati 23 corsi di formazione professionale che hanno coinvolto 236 iscritti con un incremento rispetto al 2018 di 134 soggetti coinvolti, secondo dati del garante regionale. Di questi corsi 16 sono stati promossi dalla Regione Campania e altri sette sono stati realizzati da organizzazioni no profit e soggetti del terzo settore.

Le attività formative interessano attualmente appena il 2% della popolazione detenuta, troppo pochi. Diverso è il discorso per i minori, settore in cui nel 2019, in Campania, si è registrata una percentuale di partecipazione ai corsi di formazione professionale pari al 73% dei soggetti sottoposti a misure restrittive.

Un dato ritenuto positivo tenuto conto che su scala nazionale in passato veniva conclusa in media meno della metà dei corsi di formazione, mentre negli ultimi anni questa percentuale è salita fino a raggiungere e superare anche l’80%. In tutti gli istituti di pena, inoltre, non solo in quelli minorili, nel tempo è aumentata anche la domanda di istruzione in cella: se fino ad alcuni anni fa interessava i detenuti già studenti che proseguivano il percorso di formazione avviato prima di finire in carcere, in questi ultimi tempi le attività di formazione hanno coinvolto sempre più anche detenuti con condanne medio-lunghe, ed è correlativamente cresciuta l’attenzione nei confronti dell’istruzione nel mondo carcerario.

Gli incrementi di iscrizione più significativi sono stati registrati nelle strutture di Poggioreale, Secondigliano, Avellino e nell’istituto minorile di Nisida. Un trend al quale dovrebbe accompagnarsi un adeguato investimento in mezzi e risorse, in educatori e figure formative, ma anche in spazi culturali e aree destinate ad attività sportive per risolvere e superare i ritardi di ristrutturazione e di allestimento segnalati in varie carceri.

Fonte: di Viviana Lanza/ Il Riformista, 20 agosto 2020