Oggi al vaglio del Tribunale della Libertà il la sorte dell’uxoricida Emilio Lavoretano

Pericolo di fuga e reiterazione del reato alla base dell’arresto

Santa  Maria Capua Vetere – Siamo  all’epilogo per il  delitto di Katia Tondi? I giudici del Tribunale della Libertà dovranno decidere, martedì 4 febbraio, se Emilio Lavoretano, arrestato il 15 gennaio scorso – “perché cagionava la morte della moglie dopo averle provocato un’asfissia mortale strangolandola con un mezzo a superficie non sottile, di consistenza non dura” – dovrà o non, scontare in carcere, i 27 anni irrogati dalla Corte di Assise che lo ha ritenuto colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio.

“Quanto al profilo delle esigenze cautelati – è scritto nella ordinanza –  devono ritenersi sussistenti esigenze di cautela personale, in rapporto al pericolo di ricaduta nel delitto. Rileva in tal senso, in primo luogo, l’elevatissimo disvalore del fatto commesso dall’imputato, il quale ha aggredito fisicamente la sua giovane moglie alla presenza del figlio di pochi mesi, fino a provocarne la morte per strangolamento; e ciò ponendo in essere una condotta che, seppur animata da un dolo d’impeto, ragionevolmente innescato da un litigio intercorso con la stessa, si contraddistingue per la sua pervicacia ed intensità, avendo egli mantenuto la stretta mortale sul collo della donna per un arco temporale di almeno 15 secondi nonostante la stessa si dibattesse, rifuggendo ogni residua occasione di resipiscenza offerta dalla intensità materiale ed emotiva del momento, fino a spegnere la vita della madre di suo figlio”.

 

“Del resto, anche nella fase successiva al reato, il Lavoretano ha abbandonato la casa coniugale ed architettato un articolato piano di azione funzionale, a costruirsi un alibi e ad occultare agli inquirenti le reali modalità verificative dei fatti. Tale modalità operativa, attuata con freddezza in un frangente temporale in cui il Lavotetano aveva appena spento la vita della moglie, contribuisce a manifestare la personalità estremamente negativa e la elevata capacità criminale del soggetto, nonché il significativo spregio in riferimento ai valori tutelati dall’ordinamento penale, riferibili ad una gerarchia costituzionale all’interno della quale la vita umana sì colloca in posizione di vertice”.

“Ritenuto quindi che il pericolo di condotte reiterative è fondato non solo sulle modalità realizzative del fatto (che appaiono ex se connotate da elevatissima attitudine trasgressiva), ma anche sul negativo profilo personalistico del soggetto, evincibile dalla nefandezza del suo crimine, rivolto nei confronti del suo più stretto congiunto; e tenuto conto altresì della circostanza che lo stesso, proprio in considerazione di tale elevata attitudine trasgressiva e del suo scarso controllo degli impulsi soggettivi, ben potrebbe determinarsi ad attuare propositi di vendetta nei confronti delle persone che hanno aggravato la sua posizione processuale, molte delle quali abitano nel medesimo contesto territoriale dell’imputato”.

Natatalina Mastellone, avvocato difensore di Emilio Lavoretano confuta in ogni punto la tesi dei giudici della Corte di Assise. Pericolo di fuga? Non lo ha messo in atto nei sei anni di giudizio, ha sempre seguito le udienze ed anche il giorno del verdetto era presente in aula. Ha sempre usato mezzi legali per difendersi dai detrattori con querele e diffide. In ultimo più volte offeso sui social ha presentato – anche di recente – querele per le offese ricevute. Reiterazione del reato? Non ha un’altra moglie da uccidere. Se avesse voluto vendicarsi contro i parenti che come è scritto in sentenza – hanno determinato la pesante condanna – lo avrebbe fatto dal primo momento. Ma una volta conosciute le motivazioni addotte dalla Corte pare che i sostenitori della sua innocenza si siano notevolmente assottigliati.