Se tornate a casa e il vostro (o vostra) partner comincia a parlarvi a raffica puntandovi gli occhi addosso, muovendo disordinatamente le palpebre e sfregandosi di continuo naso o orecchie per poi abbassare lo sguardo, non abbiate dubbi: vi sta mentendo. Lo dice l’esperienza, lo conferma la scienza: il viso è in grado di parlare, è lo specchio dell’infinito. E la morfopsicologia moderna ne studia l’evoluzione emotiva traendone indizi comportamentali. Sono solo alcuni degli spunti di riflessione suggeriti dal volume curato da Bartolomeo Valentino, docente di morfopsicologia all’università Vanvitelli, esperto della disciplina con all’attivo 180 pubblicazioni fra saggi e articoli scientifici, autore del trattatello “La morfopsicologia oggi”, (Cuzzolin editore, pagine 151, euro 20).

Un percorso suggestivo e avvincente attraverso secoli di studi e personaggi, che si snoda tra arte e letteratura, basi teoriche e dimostrazioni empiriche per giungere all’equazione «fisiognomica:psicologia=alchimia:chimica». E allora, come non ricordare il successo delle intuizioni di Giovan Battista della Porta che con il suo De Humana physiognomonia tracciò per primo argute similitudini tra caratteri morali e tratti psicologici riscontrabili nell’analogia tra aspetto umano e animale?

Lo stesso Darwin nei suoi studi successivi fece tesoro di quelle tesi corroborate da decine di visite nelle carceri pubbliche. O l’ossessione scientifica, quasi entomologica, del genio di Leonardo che arrivò a sezionare una trentina di cadaveri nei cronicari tra Milano e Firenze alla ricerca di quel «visus» sperimentato poi nei suoi disegni preparatori, nei suoi magnifici bozzetti? Perché, insomma, «morfopsicologia – scrive Valentino – significa studio del rapporto tra tutto il corpo e aspetti della personalità ma, per ragioni pratiche, ci si riferisce alla relazione tra viso e personalità».

Già, il viso, crocevia tra fisica e metafisica, ampiamente sondato nel mondo classico. I greci definivano «prosopon» l’aspetto nel senso di «ciò che vede l’altro (vale a dire ciò che è visto dall’altro)», passato poi nell’uso latino in «persona» nell’accezione teatrale di maschera. Ed è per questo che il saggio di Valentino si sofferma a lungo sui dettagli della mimica facciale riuscendo a isolare sei emozioni primarie (sorpresa, rabbia, disgusto, paura, gioia, disprezzo) modulate in 44 espressioni-varianti del viso «scolpite» sui tre piani anatomici. E dunque, quello che gli studiosi chiamano «modellato», cioè il vissuto, i segni che l’esistenza lascia impressi sul volto, si trasferisce – quasi in osmosi – sul piano psicologico e cerebrale. Ecco anche perché, già più di duemila anni fa, un raffinato conoscitore dell’indole umana come Cicerone amava ripetere «imago animi vultus, indices oculi».

Ma la trama intrecciata da Valentino ci accompagna nei meandri della ricerca, da Corman a Jung passando per i quattro punti cardinali dell’omonima croce: sentimento-pensiero; sensazione-intuizione. Domanda: quali le applicazioni pratiche della morfopsicologia moderna? Potenzialmente sterminate, non solo nell’osservazione medico-clinica: dalla scuola ai servizi sociali, dalle tecniche di marketing alla gestione di casi complessi, dalla profilazione delle inclinazioni politiche alla tipizzazione delle abitudini commerciali, dalla sanità all’economia, dalla vita relazionale di coppia al rapporto educativo genitori-figli. Con una sola avvertenza: non esiste un algoritmo valido per tutte le occasioni.

La prova nella cosiddetta «maledizione di Lombroso», che teorizzò il legame tra antropologia, criminologia e medicina legale. «Fu smentito dalla sua stessa morte e dall’autopsia che ne seguì», racconta Valentino: «Dalla misura del suo cranio, esso risultò di peso inferiore alla media con tantissime pieghe di passaggio». Applicando lo schema lombrosiano, era quella una teca cranica tipica di un criminale o di un folle. «Così da quel momento tutte le sue teorie non furono più seguite…».

Fonte: Lorenzo Calò, Il Mattino