Delitto Katia Tondi, la requisitoria dell’accusa a S. Maria C.V.

Emilio Lavoretano, ieri, sereno, acconto al suo difensore, l’ avvocato Natalina Mastellone, gli ho chiesto, dopo la requisitoria, “come ci si sente da innocente, schiacciato da una richiesta di 25 anni di carcere?”-  Mi ha risposto: “Per me anche un giorno è una condanna. Non ho ucciso mia moglie, sono vittima di una sceneggiata giudiziaria e mediatica e sono il capro espiatorio di un fallimento dell’indagine mentre il vero assassino è tra di noi”.

(ANSA) – CASERTA, 27 NOV – Il pm Domenico Musto ha chiesto 25 anni di carcere per Emilio Lavoretano, imputato al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere per l’omicidio della moglie Katia Tondi, la 31enne strangolata il 20 luglio del 2013 nella sua abitazione di San Tammaro (Caserta). Lavoretano, presente in aula accanto al suo legale Natalina Mastellone, non è stato mai arrestato ma ha affrontato il processo da uomo libero. “Ho ritenuto di non subire la tentazione di richiedere una misura cautelare per Lavoretano” – ha esordito Musto – ma di far sì che fosse il dibattimento la sede in cui si forma la prova”. Il pm, che nelle more del processo ha cambiato sede, ha spiegato che tutti gli elementi raccolti sono convergenti e portano alla colpevolezza di Lavoretano. Tra le prove più rilevanti indicate dall’ accusa figurano la consulenza dell’ex generale del Ris dei Carabinieri Luciano Garofano, che “il perito nominato dalla Corte ha ripreso in modo conforme”. Secondo la consulenza del generale Garofano, la Tondi sarebbe stata strangolata (mai trovato l’oggetto utilizzato per ucciderla) tra le 18 e le 19 del 20 luglio, in un arco temporale, in cui – secondo l’accusa – Lavoretano era presente in casa e avrebbe ucciso d’impeto la moglie. Lavoretano, agli investigatori della Squadra Mobile di Caserta intervenuti nell’abitazione della coppia, disse di aver trovato Katia quando “era già morta”. Poi aggiunse di essere uscito poco prima delle 19, quando la moglie era ancora viva, di essere rincasato intorno alle 20, e di aver rinvenuto il corpo della donna accasciato vicino alla porta di casa, lasciando intendere che la morte sarebbe avvenuta tra le 19 e le 20. A conferma del suo alibi, l’ imputato consegnò anche uno scontrino della spesa, e fu inizialmente creduto, salvo poi essere smentito – secondo l’accusa – proprio dalla perizia di Garofano. Altro elemento che inchioderebbe Lavoretano è la testimonianza dei titolari del negozio di ortofrutta che si trova nei pressi dell’ abitazione della Tondi, che in aula, nell’aprile del 2018, dissero di aver visto, il pomeriggio in cui fu uccisa Katia Tondi, il marito uscire in auto con il padre, almeno due ore prima che l’ambulanza del 118 arrivasse a casa della Tondi, ovvero tra le 20.20 e le 20.30″. Dichiarazioni che confutarono quelle del padre di Lavoretano, un ex carabiniere in passato in servizio anche a Casal di Principe, che aveva detto di non aver visto il figlio quel pomeriggio. Secondo l’accusa, padre e figlio si sarebbero messi d’accordo sulla versione da fornire. Il pm Musto ha anche affermato che lo stesso consulente della difesa, il professor Vittorio Fineschi, avrebbe confessato in aula il delitto commesso da Lavoretano, in quanto disse che il solco sulla parte destra del collo della Tondi era meno incisivo, e ciò corrispondeva a quanto attestato nel certificato medico prodotto da Fineschi e dal legale di Lavoretano, secondo cui questi, al momento del fatto, aveva un problema alla mano destra, che aveva esercitato minore pressione. Lavoretano – secondo la ricostruzione accusatoria – avrebbe strangolato la moglie da dietro, adagiandola sul pavimento, e le avrebbe poi messo le pantofole ai piedi. “Una cosa inconcepibile – ha affermato il pubblico ministero – quando una persona viene strangolata, si dimena”. (ANSA).