Mio carissimo giudice… ma quanto ci costi???

Il sistema delle toghe è nella bufera per il caso Csm Ma è anche tra i più costosi d’Europa, 75 euro per ogni italiano Pesano le intercettazioni. E le paghe sono ben più alte che in Germania. L’Italia è tra i Paesi che spendono di più per la giustizia in Europa, subito dopo la Germania e la Francia. Il distretto più costoso è quello di Palermo che, a causa dell’incidenza preponderante delle intercettazioni, nel 2017 ha registrato una spesa superiore a 94 milioni. Ma anche a Roma (88,1 milioni) e Milano (73,3 milioni) il conto è piuttosto salato.

Eppure il Paese ha uno dei sistemi che funzionano peggio, soprattutto perché estremamente lento. Inefficienze che si trascinano da anni ma che oggi stonano, alla luce del caos che sta travolgendo il Consiglio Superiore della Magistratura, con l’emergere di insane commistioni tra magistratura e politica che, a cascata, gettano ombre su tutto il sistema.

Le intercettazioni e le inchieste, che hanno portato alle dimissioni di quattro membri di Palazzo di via dei Marescialli che sono finiti nello scandalo, hanno svelato “un quadro sconcertante e inaccettabile”, ha dichiarato venerdì 21, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella intervenendo al plenum dell’organo di autogoverno dei magistrati e hanno “prodotto conseguenze gravemente negative per il prestigio e per l’autorevolezza non soltanto di questo Consiglio ma anche dell’intero ordine giudiziario”, ha aggiunto il capo dello Stato. L’intenzione, a questo punto, è di “voltare pagina”, ha sottolineato Mattarella e la bufera è arrivata proprio mentre è stato avviato il confronto per la riforma della giustizia, con il Guardasigilli Alfonso Bonafede, intenzionato a rivedere non solo le modalità di elezione dello stesso Consiglio Superiore della Magistratura, ma a separare più nettamente la funzione giudiziaria da quella parlamentare, come previsto anche nel contratto di governo.

Nel mirino c’è pure la riforma delle intercettazioni (con la benedizione dei trojan, ovvero del virus che trasforma i telefonini in microspie, alla base delle inchieste sui membri del Csm) e la volontà di fissare un tetto di 240 mila euro per gli stipendi dei consiglieri, ribadita di recente da Bonafede. Stipendi d’oro. L’obiettivo del Guardasigilli è prima di tutto rilanciare l’immagine della magistratura, stabilendo un sistema imperniato sulla meritocrazia che prevedrebbe sanzioni per quei giudici che non rispettano i tempi stabiliti per ogni processo. Ma centrale è anche il tema degli stipendi, con la volontà di fissare una soglia massima dei consiglieri del Csm a 240 mila euro, mentre oggi ci sarebbero magistrati che arrivano a guadagnarne 400 mila. “I cittadini non possono avere un’idea di privilegio ingiustificato”, ha dichiarato Bonafede.

La questione stipendi e spese resta quindi al centro della discussione e in effetti il sistema italiano sembra avere bisogno di un efficientamento. Secondo il rapporto Cepej 2016, l’ultimo presentato dal Consiglio d’Europa, il budget messo a disposizione dall’Italia per il sistema giudiziario (4,4 miliardi) è inferiore in Europa soltanto a quello della Germania (10 miliardi) e a livello del Regno Unito (4,5 miliardi). In Italia la spesa media pro capite per il sistema giudiziario a fine 2016 era di 75 euro, in crescita rispetto ai 72,7 euro del 2014 e più alto della media europea, pari a 64,5 euro.

Ma c’è un altro dato, sempre elaborato dall’analisi del Cepej, che appare decisamente significativo. In Italia un giudice a inizio carriera guadagna in media 1,9 volte il salario medio del Paese e all’apice della carriera questo rapporto arriva a 6,4 volte. La media europea è più equilibrata (2,5 volte per i neo magistrati e 4,5 volte a fine carriera) ma il confronto più interessante sembra appunto quello con la Germania, che, come visto, è il Paese che in Europa spende più di tutti per il proprio sistema giudiziario. In quel caso un giudice a fine carriera guadagna 1,6 volte uno stipendio medio, meno di un magistrato italiano a inizio carriera, e una situazione simile vale anche per i pubblici ministeri.

“Alcuni Stati si concentrano più sull’anzianità del giudice che sul Tribunale a cui viene assegnato alla fine della sua carriera, come nel caso dell’Italia dove conta solo l’anzianità nel determinare la remunerazione”, osservano dal Cepej. Non solo. Dall’analisi emerge un altro curioso primato per l’Italia: il nostro è il Paese con il maggior numero medio di assistenti in staff alle Procure, pari a 4,1 persone, contro il numero minimo di 0,4 della Finlandia e una media di 1,4 in Europa. Processi lumaca.

A fronte di tali spese salate il Paese continua però a registrare processi decisamente lenti, anche se c’è qualche segnale di miglioramento rispetto al passato. Al Cepej hanno calcolato il rapporto tra casi pendenti e casi risolti, convertendoli in giorni. Il risultato è che in Italia una causa civile resta aperta in media per 514 giorni, peggio solo della Grecia (610 giorni) e della Bosnia Erzegovina (574 giorni). La buona notizia è che nel 2012 eravamo addirittura messi peggio, a 580 giorni.

“L’Italia sta migliorando costantemente nelle ultime tre rilevazioni grazie alle riforme e al potenziamento dei sistemi informatici”, aggiungono dal Cepej. La fotografia però, non è la stessa in tutta Italia. La geografia della giustizia procede su divari territoriali sull’asse Nord-Sud, sebbene non manchino casi di eccellenza anche nel Meridione, dove le lungaggini si fanno sentire con più forza. Gli uffici settentrionali sono significativamente “più performanti”. Un’analisi dell’ufficio Statistico del Csm pubblicata a settembre dello scorso anno mette in evidenza come a spiccare siano soprattutto le realtà di piccole e medio piccole dimensioni.

Aosta, Ferrara, Gorizia, Ivrea, Lodi, Savona e Trieste sono i nomi che si leggono sulla mappa delle migliori. La geografia è chiaramente sbilanciata a favore degli uffici del Nord Italia. Si trovano comunque eccezioni. È il caso di Napoli Nord, dove nonostante un aumento di pendenze ultra triennali tra il 2016 e il 2017, un numero di procedimenti definiti per magistrato non molto alto e un indice di ricambio inferiore all’unità, si rileva la più bassa percentuale di pendenze ultra triennali “sicuramente dovuta al fatto di essere un tribunale molto giovane che non ha avuto il tempo di accumulare arretrato”.

O ancora spiccano i nomi di piccole come Isernia e Sulmona. Spesa elevata. Per avere un’idea del costo generale della giustizia nella Penisola il punto di partenza per orientarsi non possono che essere le tabelle della Direzione generale di statistica e analisi organizzativa del ministero della Giustizia. I dati, aggiornati al 2017, sono raggruppati per distretto di Corte d’Appello. Lo spaccato che emerge vede il capoluogo siciliano in cima alla lista per costi sostenuti, seguito da Roma e Milano.

Fuori dalle prime tre posizioni c’è Napoli, mentre tra i primi dieci distretti per spesa, altri tre sono nel Mezzogiorno: Catania (47 milioni), Catanzaro (39 milioni) e Reggio Calabria (35 milioni). Fondamenta del primato siciliano è la mole delle intercettazioni. Sotto questa voce a Palermo sono ascritte spese per 30,7 milioni di euro. L’unica attività che viene a costare di più sono gli onorari per i difensori, oltre 32,5 milioni. Nella top ten dei distretti soltanto a Reggio Calabria la spesa per intercettazioni è, in percentuale, superiore: quasi 19 milioni su spese complessive per 35 milioni. A Roma la spesa totale del distretto supera seppur di poco gli 88 milioni di euro. Rispetto alla realtà palermitana nella Capitale si spende di più in indennità e in particolare per quelle spettanti ai magistrati onorari e agli esperti (11 milioni di euro).

Spiccano anche gli onorari destinati agli ausiliari del magistrato. Nel 2017 sono ammontati a 17 milioni, 10 in più di quanto è spettato ai colleghi palermitani e circa 4,5 milioni in più di quanto speso da Milano. Soltanto a Napoli si pagano cifre superiori: 20 milioni di euro, di fatto la quasi totalità dei 22 milioni catalogati sotto “indennità”. Nelle statistiche del ministero si trovano anche alcune curiosità. A Roma, Torino e Reggio Calabria, ad esempio, non è stato speso neppure un euro in “poste e telegrafiche”.

A Palermo invece di euro ne sono stati spesi 26 mila, a Bologna 22 mila. A Milano si viaggia di più: per indennità di trasferta sono stati spesi 180 mila euro. Per fare un raffronto a Napoli la cifra è di poco superiore ai 102 mila e nella Capitale ad appena 34 mila. Dove invece si è speso di più per la custodia è a Catania, 342 mila euro in un distretto che a fronte di quasi 25 mila euro di spese complessive in meno di Milano, conta oneri per i difensori in linea con il distretto del nord: 22 mila euro contro i 24 mila milanesi. E qui le differenze si assottigliano.

Fonte: Milano Finanza, 22 giugno 2019/ di Anna Messia e Andrea Pira