“Uomini o mantidi”,  il libro sul caso Guerinoni scritto dal pm che indagò

Fu un caso giudiziario che fece scalpore in tutta Italia alla fine degli anni ‘80, sconvolgendo per sempre la cittadina di Cairo Montenotte, nell’entroterra savonese, in Valbormida: del delitto Brin, noto alle cronache come “quello della mantide di Cairo”, se ne parla ancora ora. Una storia drammatica e pregna di incredibili colpi di scena che parrebbe uscita da un romanzo di James Ellroy o dalla fantasiosa penna degli sceneggiatori della serie televisiva C.S.I. – con tanto di comprimari quali vicequestori, esponenti del MSI, muratori, amanti e cosi via – e che invece era vera, maledettamente vera.

Ci ha pensato l’ex Procuratore Maurizio Picozzi (colui che hai tempi condusse le indagini, fece gli interrogatori e visse sul campo più di tutti gli accadimenti di quei giorni) a riportare in primo piano questo triste, indimenticabile fatto di cronaca nera nel libro che porta la sua firma dal titolo “Uomini o mantidi? Cronache da un caso giudiziario che fece epoca: l’inchiesta e il processo in una città di provincia sconvolta da un delitto atroce” (edito da Araba Fenice), palesando retroscena e particolari anche sconosciuti.

Il nostro lo presenterà sabato 8 giugno a Savona alle 18 presso la Sala Rossa del Comune, affiancato dalla dr.ssa Maria Eugenia Oggero, consigliere alla Corte di Appello di Torino, e dal dr. Emilio Gatti, procuratore aggiunto alla Procura della Repubblica di Torino (evento gratuito sino ad esaurimento posti a cura della Libreria Ubik). Il tomo, dicevamo, è dedicato all’indagine e alle vicende processuali relative all’omicidio di Cesare Brin, farmacista e Presidente della  locale squadra calcistica, la Cairese, a opera di Gigliola Guerinoni – la cosiddetta ‘mantide’ – poi condannata. Brin, uomo noto e benvoluto in paese (riuscì persino a portare la Cairese in C2) fu vittima due volte a causa della strategia difensiva che lanciò accuse infamanti alla sua persona.

Accuse poi risultate ovviamente infondate ma che tanta sofferenza causarono ai suoi familiari, già pressati dal dolore del ritrovamento del cadavere del proprio caro seminudo e col cranio fracassato in un dirupo sul Monte Ciuto, situato sulla provinciale appenninica sp29 poco prima del Colle di Cadibona, a metà strada tra Cairo e Savona. Erano tempi in cui non c’era internet, i social, whatsapp e i quotidiani online bensì i giornali, la tivù e i bar a divulgare a mo’ di tam tam e ad alimentare i racconti, inframmezzati dall’incredulità degli abitanti di una cittadina che si ritrovò improvvisamente sotto i riflettori dell’Italia intera, balzando suo malgrado agli onori di cronaca per via dell’efferato, assurdo delitto. Una cassa di risonanza mediatica incredibile, per quei tempi, coi quotidiani locali che vendevano anche ventimila copie al giorno e l’aula del tribunale gremita all’inverosimile, durante le fasi concitate del processo.

Dopo la presentazione in quel di Cairo Montenotte – sorta di atto dovuto per volontà dello stesso Picozzi che qui iniziò la carriera e che al luogo è rimasto legato da una sorta di affetto romantico e un po’ nostalgico), con introduzione del sindaco Paolo Lambertini e del giornalista Marcello Zinola, già autore della prefazione del libro – anche a Savona l’ex giudice romano andrà a riesumare ricordi, dubbi e aneddoti ponendo e facendo intuire domande, pensieri, considerazioni.

“Scrivere questo libro è stata una necessità personale, emotiva: conoscevo Brin perché era lui che mi vendeva il latte per i miei figli, in farmacia, e per fatti collegati alla Cairese… conoscevo tutti”, spiega Picozzi, che nelle prime pagine ricostruisce l’antefatto pensando addirittura che quel cadavere ritrovato in piena estate, nell’agosto 1987,  fosse di un fungaiolo o di un suicida. Bastarono poche ore dopo il ritrovamento del corpo per capire che si trovavano di fronte a un efferato delitto e che l’uomo ucciso violentemente era Brin, scomparso da giorni.

Nel racconto, insomma, si intrecciano più mondi, figure e figuranti, comprimari, gente che si dichiarava assolta ma era coinvolta, eccome, parafrasando una celebre canzone di De André: si pensi al coinvolgimento dell’ex questore Raffaello Sacco, del consigliere regionale e segretario federale Msi Gabriele Di Nardo, dell’imbianchino Giuseppe Cardea e di Mario Ciccarelli, collaboratore della vittima (tutti accusati di occultamento di cadavere, pena poi confermata in appello e in Cassazione), del compagno Ettore Geri, più anziano di lei di 27 anni e di simpatie destrorse da cui ebbe una figlia e con cui intratteneva un rapporto anomalo (condannato a 15 anni)  e di tanti altri uomini, mariti (come il geometra Pino Gustini, che divorzia dalla moglie per mettersi con lei e sposarla, poi morto misteriosamente nel 1986), ex mariti amici e amanti della Guerinoni da lei rigirati in fondo, a suo piacimento e che come dice Zinola nella prefazione, non ci fanno una gran bella figura.

Come una vera regina ‘mangiauomini’, Gigliola – che poi il vero nome era Anna Maria – prova anche con Picozzi a farlo cadere nella trappola, calunniandolo e sostenendo che era stato un suo amante onde farlo ricusare come giudice. E via così, tra ricatti, minacce, calunnie su sfondo noir, in quel ‘pasticciaccio brutto de via dei Portici’ per dirla alla Gadda, che alla fine portò alla condanna definitiva della Guerinoni a 26 anni di carcere più due per diffamazione.

 

Nel libro c’è questo e molto altro ancora, il giudice si fa narratore ed evidenzia le difficoltà pure investigative dell’epoca, senza tecnologia ma col solo ‘fiuto’, intuito  e perché no, un pizzico di fortuna di marescialli e inquirenti, ricostruendo alibi, testimonianze e in primis, come fecero a trasportare il cadavere sino al Monte Ciuto e perché proprio là. D’altronde, quel punto interrogativo nel titolo del libro non è messo a caso dall’autore: “Esprime un dubbio, e il dubbio ci vuole perché è laico e non deve avere pregiudizi”.